Oggi pubblichiamo un bel saggio dell'ecologo Max Strata, una riflessione profonda sulla grave crisi ecologica che sta investendo il nostro pianeta.
L'essere umano odia la Natura ?
E' una domanda che è legittimo porsi considerando la grave crisi ecologica planetaria
che investe questo periodo storico e che non ha precedenti, in quanto provocata
dall'azione della nostra specie.
Prima di tutto, vediamo alcune definizioni del termine Natura come contenute in
quattro dizionari della lingua italiana.
- L'insieme degli esseri viventi e delle cose inanimate che costituiscono l'universo e
in particolare il mondo terrestre, come entità retta da un ordine proprio e governata
da leggi costanti, che l'uomo può conoscere ma non modificare .
- Il fondamento dell'esistenza nella sua configurazione fisica e nel suo divenire
biologico, in quanto presupposto causativo, principio operante, o realtà fenomenica
(la natura, madre di tutte le cose e operatrice).
- Il sistema totale degli esseri viventi, animali e vegetali, e delle cose inanimate, che
presentano un ordine, realizzano dei tipi e si formano secondo leggi.
- Il complesso delle cose e degli esseri dell’universo, in quanto si ritiene che abbiano
in sé un principio costitutivo che ne stabilisce l’ordine e le leggi.
Si tratta di definizioni non univoche ma dalle quali emergono con chiarezza i termini
e i concetti di ordine, leggi, principi, in modo del tutto simile a quanto avviene per i
principali dizionari, inglesi, francesi, tedeschi, spagnoli, ecc..
Si riconosce dunque che quando si parla di Natura si ha a che fare con qualcosa di
sovraordinato, di immanente, di precostituito, con qualcosa che ci precede e che ci
seguirà, che ci irretisce in dinamiche dalle quali non si può prescindere.
Dato questo presupposto, risulta significativa la circostanza per cui l'idea di una
Natura associata a Dio o di una Natura comunque oggetto di contemplazione
spirituale, appare, quando appare, solo nelle note che seguono la definizione
principale, finendo spesso per essere relegata in un paragrafo dedicato alla teologia.
E' chiaro che il significato delle parole si aggiorna con il mutare dei tempi e nel
nostro caso, ciò che emerge è che nella cultura del mondo occidentale contemporaneo
la concezione della Natura assume la connotazione di un sistema complesso e
autoregolato ma svincolato da ogni concezione non strettamente materialistica.
Se le parole hanno un senso e se per l'appunto è "il verbo" che ci permette di
concepire il divenire delle cose del mondo, allora è chiaro che questa espulsione
dell'idea di Natura come un'ampia epifania di fenomeni che può essere ricondotta
anche alla dimensione spirituale che ha percorso la storia dell'umanità, ha un
significato ben preciso.
Ne consegue infatti che se la Natura non ha affinità con il mondo spirituale e di
conseguenza con il sacro, questa rientra esclusivamente in una sfera fisica con cui la
specie umana può avere un rapporto non mediato, non subordinato, in cui la nostra
azione tesa a "intaccare" o meglio a "infrangere" le leggi che la regolano, non solo
risulta possibile ma addirittura auspicabile.
E' questa la grande novità che compare con l'Età dei Lumi, con la rivoluzione
industriale e con il successivo processo di evoluzione tecnico scientifica che oggi
contraddistingue il nostro agire.
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In un importante articolo apparso molti anni fa sul quotidiano La Stampa, Primo
Levi, non solo insuperabile narratore delle orribili vicende di Auschwitz ma anche
straordinario autore avveniristico (si ricordino le sue raccolte di short-stories, Storie
Naturali e Vizio di Forma), scrisse con molta chiarezza che la nostra specie aveva
puntato tutto sulla sopravvivenza individuale, relegando la Natura a palcoscenico
della nostra esistenza.
Niente di più vero se consideriamo che gli strumenti offerti dal progresso scientifico e
tecnologico hanno concesso ad una parte dell'umanità di vivere, o quanto meno di
provare a vivere, "al di sopra" delle leggi naturali.
Il confronto con tali leggi è sempre stato aperto e praticamente in ogni cultura
compare nei miti dell'antichità, tuttavia è nella tradizione occidentale qui intesa in
senso ampio come quella veicolata dalla cultura pagana greco-romana e soprattutto
dalle tre religioni abramitiche, che tale confronto si manifesta apertamente.
Il mito di Icaro e l'allontanamento di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre (inteso
come "Natura inviolata") ne rappresentano i casi più emblematici.
L'idea di una Natura concepita come limite alle aspirazioni e ai desideri umani e
quindi come costante "antagonista", ovvero come un qualcosa contro cui bisogna
battersi, segue dunque una particolare evoluzione nel pensiero occidentale trovando
una sorta di formazione di compromesso quando questa viene da Dio "affidata" alle
mani dell'uomo non solo per utilizzarla ma anche per conservarla e quindi per
riconoscerne la sacralità. Un compromesso che non ha sortito i risultati attesi, poichè
questa idea di fondamentale importanza si è nel tempo progressivamente indebolita
fino a venire sostanzialmente soppressa.
Oggi, dunque, l'oggettivazione della Natura come insieme di fatti fisici con i quali il
potere concesso dal progresso scientifico e tecnologico consente di interagire in modo
del tutto inconcepibile anche solo un secolo fa, rappresenta, sul piano concettuale e
pratico, sia il punto più alto mai raggiunto dalla evoluzione intellettuale della nostra
specie, sia il momento di maggiore separazione dalla nostra Madre comune intesa
come fonte di vita e come antico oggetto di venerazione.
Sebbene riservato solo ad una parte dell'umanità, poter volare, solcare i mari,
comunicare in tempo reale pressochè con ogni luogo del pianeta, sondare il cosmo,
godere di immumerevoli comodità e vincere o comunque contrastare efficacemente
molte malattie spostando in avanti la durata media della vita dei singoli, è oggi u
punto di arrivo consolidato al quale nessuno tra i beneficiari di questa nuova
condizione intende rinunciare.
La contemporaneità è dunque segnata, contraddistinta, da questa nuova realtà che
dimostra come l'eterno conflitto con le leggi di Natura possa essere affrontato con
mezzi adeguati, anche se non ancora conclusivi e anche se non disponibili per tutti.
L'essere riusciti a combattere e a vincere alcune importanti battaglie di questo
costante confronto, ha ingenerato nell'essere umano una eccezionale fiducia in sè
stesso, uno stato di vera e propria esaltazione, che lascia intravedere/sognare come
ultimo e decisivo passo in avanti la prospettiva dell'immortalità (solo per chi se la
potrà permettere ovviamente), ovvero la sua potenziale trasformazione in quel Dio
non a caso fatto a sua immagine e somiglianza.
Si conferma pertanto come in questa nuova condizione, sia la Natura, sia Dio, o se si
vuole la Natura/Dio, risultano sempre più marginalizzati e tendono ad uscire a grandi
passi dalla sfera concettuale dell'umanità organizzata secondo il nuovo modello che si
è affermato, per regredire a qualcosa di non particolarmente rilevante.
L'essere umano, nella versione in cui trionfa l'io strettamente personale, ha dunque
vendicato la cacciata dall'Eden e ora ne dispone come vuole.
E' chiaro che si tratta di un equivoco. O se si vuole di una bestemmia.
Per una lunga serie di ragioni, non c'è e non può esserci alcun tipo di dominio
totalizzante da parte della nostra specie nei confronti della Natura ma questa, oggi,
appare la sensazione diffusa, la fantasticheria condivisa.
Questa idea che ci rende tanto entusiasti e anche tanto aggressivi, è in realtà un
perfetto esempio di "delirio di omnipotenza", una patologia descritta in psicoanalisi,
una sofferenza mentale di cui siamo gravemente affetti ma di cui non ci rendiamo
conto.
Ma come è stato possibile arrivare a convincersi che i pur concreti vantaggi della
modernità possano sostituire de facto e su larga scala le leggi naturali, ovvero
quell'articolatissimo sistema fisico - chimico - biologico ed ecologico che consente la
vita su questo pianeta?
L'emergere di questa convinzione si può imputare alla scienza in quanto tale oppure
l'origine va cercata più in generale nella tradizione culturale che ha prevalso in
occidente?
Secondo Guido Dalla Casa, per rispondere a questa domanda è utile guardare al mito
delle origini esposto nella Genesi dell'Antico Testamento, in cui un Dio creatore
esterno alla Natura e che anzi crea la Natura stessa, pone il suo popolo a fondamento
del rapporto di sopraffazione verso gli altri esseri viventi, in cui la presenza del ciclo
settimanale determina la divisione netta fra dovere-lavoro e riposo-divertimento e in
cui l'ordine dello sviluppo e dell'espansione conferma la centralità della figura umana
nel mondo.
-Dio creò l'uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li
creò. Dio li benedisse e Dio disse loro: “siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la
terra e soggiogatela e abbiate dominio sui pesci del mare e sui volatili del cielo, sul
bestiame e su tutte le fiere che strisciano sulla terra”.- (Genesi, 26-28)
Una lettura in cui non sfugge come la stessa evoluzione della scienza e la produzione
di mezzi tecnici sempre più potenti, in quanto prodotti dall'uomo, appaiono coerenti
con il progetto di dominazione che Dio mette nelle mani della sua specie prediletta,
giustificando la grandiosa mole di sofferenza causata alle altre specie animali in un
contesto di costante aggressione e distruzione dell'ambiente naturale.
Nel 1864, riferendosi alla colonizzazione europea che aveva trasformato il paesaggio
americano convertendolo in una terra di insediamenti agricoli, Henry David Thoreau
scrisse: “Quando penso che qui gli animali più nobili sono stati sterminati: il puma,
la pantera, la lince, il ghiottone, il lupo, l’orso, l’alce, il cervo, il castoro, il tacchino
e altri ancora, non posso che sentirmi come se vivessi in un paese addomesticato ed
evirato rispetto al suo stato originario”.
Chissà, come il grande naturalista e filosofo descriverebbe oggi la mostruosa perdita
di biodiversità che stà determinando la sesta estinzione di massa e la monumentale
quotidiana mattanza che viene perpetrata negli allevamenti industriali per l'appunto
definiti "moderni".
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Mantenendo una prospettiva storica, si può dunque affermare che attraverso una
"forzatura culturale", sia stato questo sottofondo antropocentrico poi rafforzato dallo
scientismo originato dal determinismo positivistico a creare i presupposti della
malattia di cui stò parlando.
Oggi, la distanza tra le aspettative del modello di vita che possiamo chiamare
"dissipativo, eterotrofo e tendenzialmente abiotico" e la costante ricerca di equilibrio
tipica delle dinamiche naturali, non è mai stata tanto grande.
Nelle case dotate di ogni comfort, nei luoghi di lavoro, nelle città e più in genere nei
luoghi urbanizzati, la Natura compare in tracce e quando è presente lo fa nelle
modalità da noi disposte: il parco cittadino, le alberature stradali, il bonsai in salotto,
il vaso di fiori sul balcone. Ogni manifestazione di Natura che esula da quella
ammaestrata e monocorde che abbiamo concepito per i nostri spazi di vita non è
contemplata nè accettata.
La zanzara o la mosca che ci infastidiscono durante i periodi caldi (sempre più lunghi
e sempre più caldi), la pianta dell'orto che non produce come ci aspettavamo, perfino
il cinguettio degli uccelli che ci sveglia troppo presto durante una domenica mattina
di primavera, costituiscono una deviazione da quanto desideriamo, da come ci
immaginiamo debba essere il mondo naturale posto al nostro servizio.
Figuriamoci se la pioggia guasta il nostro week end o se il vento abbatte qualche
albero bloccando il traffico.
La lontananza dai fatti e dai cicli naturali ha preso piede anche nelle campagne
industrializzate, distraendo i nuovi agricoltori/operai dalla consapevolezza antica che
sapeva riconoscere nell'imprevedibilità e nella mutabilità del tempo atmosferico e
nella alternante risposta dei terreni, caratteristiche non eludibili di una Natura
comunque Madre, alla quale, in epoca pre-moderna e ancora oggi presso alcune
culture residuali, si facevano offerte, si chiedeva tolleranza e si portava rispetto.
La intrinseca tristezza (e la follia) di questo nuovo rapporto, emerge in qualche modo
quando ci diciamo che però la Natura è bella e che dobbiamo frequentarla.
E' questa la Natura dei Parchi naturali, delle aree "protette", delle gradevoli
passeggiate nei boschi, dei tuffi nelle acque cristalline, del bel panorama che ci porta
ad ammirare la solennità di una foresta, la maestosità di una montagna o la grandezza
del mare.
Ma la nostra attenzione ed il nostro uso finisce lì: in un tempo breve e superficiale.
Chi fra di noi è disposto ad immergersi nelle "terre selvagge", nella wilderness dove
l'essere umano privato delle sue dotazioni tecnologiche è posto di nuovo nella sua
condizione originaria ? Chi è disposto a vivere in modo parco, essenziale, nutrendosi
alla fonte di saggezza millenaria che sgorga dal contatto con gli elementi naturali ?
Se escludiamo una parte assolutamente minoritaria di individui che per scelta
risiedono in spazi autenticamente naturali e li vivono intensamante come parte
inscindibile del loro essere, tutto il resto dell'umanità, seppure a vari livelli, si è ormai
trincerato dietro le mura offerte dalla cittadella di una modernità che guarda solo a sè
stessa e che sganciata dai limiti che per millenni hanno costretto a poca cosa le azioni
umane, ora si guarda allo specchio e si compiace.
Del resto, almeno nei paesi della cosidetta economia sviluppata, questo è il tempo in
cui diamo tutto per scontato come l'abbondanza di energia che utilizziamo o del cibo
che mangiamo, facendo finta di non sapere che questo stile di vita ha pesantemente
intaccato il capitale naturale del pianeta, ha manomesso i servizi ecosistemici e che
ciò di cui la parte ricca del mondo dispone oggi non sarà per niente garantita in un
futuro molto prossimo.
Sia chiaro, non mi riferisco genericamente all'umanità in quanto tale e non è certo
mia intenzione mettere in comune lo speculatore di una multinazionale con un
contadino di una regione povera che vive esclusivamente del suo lavoro in risaia: è
fin troppo evidente che l'impronta ecologica e sociale del primo è straordinariamente
più grande e più pesante di quella del secondo e che ciò chiama in causa la
dimensione politica del problema.
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Leggendo queste righe, immagino che qualche lettore intenda muovere qualche dura
critica rispetto a quanto ho appena scritto.
Vorrei anticiparlo, se mi è concesso, precisando che anch'io sono uomo del mio
tempo e che ovviamente non vivo in una grotta isolato dal mondo cibandomi di
radici, salvo uscire di tanto in tanto per scrivere utilizzando un computer.
Non sto dunque esaltando la vita primitiva nè vi propongo come Rousseau
l'adorazione del mito del buon selvaggio, sebbene la tentazione esista.
Sto solo interrogandomi per proporre una riflessione su come questo atteggiamento
umano si stia dimostrando deleterio e sia causa di una crisi senza precedenti che si
presenta come crisi ecologica ma anche come crisi economica, sociale, intellettuale e
morale.
Personalmente ritengo che sia proprio questo progressivo allontanamento dal sentirci
parte di un tutto che si manifesta nelle leggi e nei fatti naturali, l'origine dei guai che
abbiamo provocato.
Del resto, se la contemporaneità offerta dal modello occidentale tutta centrata su un
percepire individualistico totalmente intriso di materialismo fa proseliti anche presso
culture e modelli di società molto diversi, una ragione c'è.
E qui torniamo alla generalizzazione da cui muove il mio ragionamento, ovvero
all'esistenza, per così dire intrinseca alla nostra specie, di una sempiterna lotta contro
i limiti imposti dal mondo naturale rappresentati dalla primordiale necessità di
reperire il cibo, difendersi dalle intemperie, trovare modi per spostarsi velocemente.
E' ancora Thoreau a ricordarci che "il rapporto tra l'essere umano e il mondo esterno
non è fondamentalmente lo stesso ad ogni latitudine ?"
Il punto è che se l'accettazione di questi limiti, tra cui la sofferenza, la malattia e la
morte, è stata in qualche modo secolarizzata e "metabolizzata" da chi ci ha preceduto
anche grazie alla visione consolatoria di una vita che non si conclude ma che
prosegue in altra forma ad esempio attraverso la reincarnazione o lo spostamento in
un regno utraterreno, oggi, l'allontanamento del sacro e da quello che simbolicamente
rappresenta da parte dell'ubriacatura edonista che ci fa credere di essere il soggetto
centrale delle dinamiche del mondo, spinge fortemente affinchè questi limiti non
siano più accettati.
Per giungere al punto in cui siamo, l'alienazione delle promesse o delle verità,
espresse dal multiforme approccio spirituale che ha dato senso all'esistenza umana, ha
giocato un ruolo fondamentale.
La grande differenza tra noi, occidentali e occidentalizzati del XXI secolo rispetto ai
nostri simili vissuti anche solo un paio di secoli fa, stà infatti nel sentirsi per la prima
volta sostanzialmente indipendenti da un qualsiasi riferimento o supporto esterno,
padroni del nostro presente e del nostro futuro, detentori di un'idea di libero arbitrio
portato all'eccesso che in termini pratici ha permesso di travalicare ciò che ci è
effettivamente consentito su un pianeta limitato, su questa Terra che fino a prova
contraria resta la nostra unica casa comune.
Nel profilo psicologico di chi soffre di delirio di omnipotenza, che questo approccio
sia determinato da una credenza, da una aspirazione o da un sogno fa poca differenza:
a rafforzare la patologia ci pensa la spinta della forzatura culturale oggi sostenuta
dalle potentissime e subdole armi dei media che costantemente lavorano per farci
sentire in questo modo, che operano per convincerci e renderci protagonisti di questa
assurda velleità in cui tutto è possibile e in cui tutto è consentito.
Mediamente, l'essere umano contemporaneo modellato a misura di homo consumens,
autocentrato e autoreferente, lontano dalla Natura e dalla sua sacralità, non si
interroga realmente o peggio non si interroga più, nè sulla distruzione delle basi
ecologiche della vita, nè sulle enormi violenze che portano il nome di guerra, povertà
e fame, spinte ad un livello di intensità mai visto prima.
Il punto è, come scrive Fritjof Capra, che "l'uomo moderno è consapevole di sé
stesso, nella maggior parte dei casi, come un -io- isolato che vive all'interno del
proprio corpo". E' un soggetto, scrivo io, che alla fine si è posto da solo in un angolo,
adottando una sola prospettiva, vegetando dentro le sue assurde convinzioni.
In questo nuovo universo non c'è spazio per chi non condivide, o peggio si oppone,
alle regole che sono state definite: i romantici vagheggiamenti di una natura vitale e
misteriosa appartengono ai nostalgici, agli antimoderni, ai superati e se non vi sono
più idoli a cui prostrarsi per ringraziare di una buona pioggia o di un raccolto
generoso, tutto ciò che c'è da sapere è per l'appunto contenuto nel riduzionismo
scientifico, nell'efficacia della tecnica, nell'indagine della materia.
Non voglio essere frainteso e vi prego di non fermarvi ad una sbrigativa lettura di
quanto stò sostenendo, poiché non è mia intenzione reclamare l'improbabile fascino
del buon tempo andato in cui talune credenze irrazionali contribuivano a mantenere
ignoranti e timorosi gli esseri umani, ma è piuttosto evidente che il nostro
comportamento attuale rappresenta qualcosa di assai più grottesco e pericoloso.
Il punto è che non accettiamo il fatto che la Natura non è pro homines né adversus
homines, ovvero che essa non è nè benigna, nè maligna, e che è totalmente
indifferente al nostro destino: una realtà che “offende” il nostro orgoglio ingigantito
dalla modernità, posizionandoci in una condizione di vulnerabilità in cui è la stessa
“meravigliosa e progressiva“ sorte dell'umanità ad essere posta in discussione.
La nostra attuale inconsapevolezza riguardo agli eventi e ai cicli naturali, ovvero -il
non sapere- che cosa c'è la fuori, è frutto della perdita di informazione che fino a non
molto tempo fa ci arrivava dalle culture ataviche e da quelle contadine tradizionali,
dalle nostre stesse modalità di vita e dalla chiara percezione dei limiti a cui siamo
soggetti in quanto esseri umani: una sperimentazione diretta che non può essere certo
supplita da un documentario o da uno studio teorico, per quanto ricchi di nozioni e di
esiti forniti dalla ricerca. La verità è che la teoria resta tale, insufficiente per un
approccio concreto alla lettura della vita, se non si affondano le mani nella terra, se
non ci si confronta con i successi e con le sconfitte di un'esistenza vissuta in prima
persona a contatto con quanto la Natura offre, nel bene e nel male.
La distanza che abbiamo messo tra noi e la Natura e ciò che la rappresenta sia come
elemento di incognita sia come contenitore della nostra esistenza, è frutto del nostro
desiderio inconscio di affrancarci definitivamente dalle paure che filogeneticamente
ci hanno condizionato, dal timore con cui abbiamo affrontato il folto di un bosco,
dall'incontro con un grande predatore, dagli estremi climatici, insomma dalla
precarietà della nostra stessa condizione umana.
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Ma se abbiamo il coraggio di fermarci e di guardarci dentro, scopriremo che stiamo
vivendo una terribile illusione, apparentemente comoda, ma pur sempre un'illusione.
La stessa scienza, con le tesi e le evidenze della nuova fisica, ci dice che il mondo in
cui agiamo è pura apparenza e che ogni oggetto non è effettivamente separato
dall'altro ma immerso in un tutto connesso e comunicante: figuriamoci dunque quale
grado di realtà può avere l'idea del posto che ci siamo dati nel mondo.
Il tema, in ambito scientifico-filosofico, è quello degli esiti a cui si è giunti
percorrendo la concezione del mondo determinata dal meccanicismo cartesiano.
Diversamente da questa impostazione, la visione del mondo che emerge dalle più
recenti teorie scientifiche può essere definita come organica, olistica ed ecologica,
oppure sistemica, nel senso della teoria generale dei sistemi.
Come ci ricorda Capra: “L'universo non è più visto come una macchina composta da
una moltitudine di oggetti ma viene raffigurato come un tutto indivisibile, dinamico,
le cui parti sono interconnesse e possono essere intese solo come strutture di un
processo cosmico. Da ciò emerge un nuovo paradigma in cui il rapporto tra le parti
ed il tutto è invertito e in cui le proprietà delle parti possono essere comprese solo
alla luce della dinamica dell'intero. In definitiva, le parti non esistono poiché ciò che
chiamiamo parte è solo una configurazione in una rete inseparabile di relazioni”.
Questo universo vibrante che non possiamo vedere con i sensi di cui disponiamo e
che è fatto di oscurità e di correlazione tra le componenti della materia che in un
alternarsi di densità maggiore o minore percepiamo come pieno, come vuoto o come
nulla, spazza via ogni nostra illusoria certezza e la presunzione sulla supposta
centralità della nostra specie rispetto al mondo vivente.
In conclusione, noi siamo solo parte del tutto, non siamo il tutto.
Si tratta di una verità profonda, in altro modo già presente nelle culture ancestrali e
che per l'appunto si manifesta con la concezione dell'unità di ogni cosa.
Ad esempio, il tratto distintivo della cultura Lakota è il pensiero che gli alberi, gli
animali, il fiume, siano tutte cose che hanno un'anima, che sono soggetti tra loro
connessi e dotati di propria spiritualità densa di significato.
Non di meno molte altre tradizioni si sono fondate su una simile concezione e
hanno enfatizzato il ruolo del divenire naturale delle cose ridimensionando la figura
umana e le sue aspettative.
I concetti di non attaccamento, di moderazione o di rinuncia al desiderio, di servizo
verso gli altri ma libero dall'attesa dei risultati, costuiscono ad esempio la matrice
delle sacre scritture Induiste che hanno come comune denominatore la pratica dello
Swasta (l'armonia intesa come realizzazione del sè) e il raggiungimento di Moksa (la
liberazione dal ciclo della vita e della morte), in un quadro in cui la vita del singolo
ha un valore circoscritto.
Se pur calata in un contesto molto diverso e confinata nei precetti cattolici, una
visione che pone l'essere umano in un quadro di contemplazione della Natura e di
solidale convivenza con il prossimo, è stata condivisa dagli insegnamenti e dalle
pratiche francescane mediante le quali si è rinnovata la porzione più elevata del
messaggio evangelico.
Una Weltanschauung (ben più diffusa di quanto normalmente si pensi) che se pur con
modalità e sfaccettature diverse, una parte della scienza, della letteratura e della
filosofia occidentale, sia in ambito religioso che laico, ha indagato a fondo grazie al
contributo di pensatori del calibro di Giordano Bruno, Baruch Spinoza, Arthur
Schopenhauer, John Ruskin, Lev Tolstoj, Bertrand Russel, Konrad Lorenz, dello
stesso H.D. Thoreau, per citarne solo alcuni.
Questa idea dell'unità del tutto, arcaica e attuale al tempo stesso, questa immagine di
un flusso che la mente è in grado di visualizzare e che crea corrispondenze tra la
materia e quanto sottende al concetto stesso di materia, ci permette di vedere la dove
non stiamo guardando, verso la realtà ultima delle cose, verso l'intimità del nostro
essere per avvicinarci alla comprensione, o almeno alla intuizione, che effettivamente
tutto è legato e che ogni nostra azione è possibile in quanto qualcuno o qualcosa la
resa tale.
L'io, dunque, quell'io gigante a cui facciamo costante riferimento e che abbiamo
piazzato il più in alto possibile, in questa prospettiva viene assolutamente
ridimensionato, o più correttamente si può dire che si fa da parte.
E' in questo modo che l'aggressione alla Natura che in definitiva è anche aggressione
a noi stessi, può trovare soluzione.
Duemilacinquecento anni fa, un indiano chiamato poi "il risvegliato", descrisse
l'interdipendenza di tutti i fenomeni vedendone la "vacuità", ovvero come tutte le
cose sono vuote di un sè separato e isolato. Una interdipendenza a cui si aggiunge
l'impermanenza di tutto ciò che si manifesta ai nostri occhi.
"Se un chicco di riso non avesse la natura dell'impermanenza e del non sè, non
potrebbe trasformarsi in una piantina. Se le nuvole non fossero prive di un sè e
impermanenti non potrebbero trasformarsi in pioggia. Senza natura impermanente e
priva di un sè, un bambino non potrebbe diventare un adulto" .
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Osservando in questo modo le cose del mondo, si comprende come è solo la rete di
relazioni tra gli oggetti che ne definisce la loro esistenza.
La separazione tra di essi e quindi anche quella tra il sè e tutto il resto, in ultima
analisi non sarebbe altro che un pregiudizio ontologico, una falsa distinzione operata
dall'intelletto.
Nei secoli passati non c'era la fisica quantistica a porre distinzioni tra cosa
percepiamo e cosa è invece la realtà dei fenomeni ma fu l'affinamento del pensiero e
lo stato meditativo dei praticanti a spingersi in quella direzione.
La perdita di percezione e di riflessione sul nostro reale stato, su quello che in effetti
siamo, si configura come un male interiore che si è radicato nelle nostre viscere e che
si esplicita esibendo insipienza e indifferenza, ricorso alla violenza, assenza di
compassione.
Ponendo la nostra attenzione unicamente sul soddisfacimento materiale e psicologico
dei nostri desideri, soprattutto di quelli indotti, e rinunciando a qualsiasi ricerca di
conoscenza e di condizione altra, si finisce con il disconoscere le potenzialità del
nostro essere più intimo, del nostro possibile cammino interiore, della nostra
coscienza, inibendo la nostra ricerca di equilibrio e felicità .
La malattia del -non pensiero- contemporaneo conduce così a vari tipi di sofferenza,
considerata l'impossibilità pratica di soddisfare un io divenuto sempre più feroce ed
insaziabile. E' l'istinto di morte, per usare una espressione freudiana, che si fa largo e
ci consuma e in questo modo consuma il nostro rapporto con il mondo naturale.
Se, come ha insegnato Siddharta Gautama, la sofferenza trova origine
nell'attaccamento, nella rabbia e nell'ignoranza (intesa come base di tutte le afflizioni
mentali), la distanza che abbiamo messo tra noi e la Natura è dunque la misura di
questa condizione.
Sinceramente non so se, come comunità umana, saremo in grado di abbandonare la
via che abbiamo intrapreso. Il progressivo affermarsi del modello univoco di
comportamento globale ci dice che così non è, almeno per il momento.
Troppo forte la tentazione di stare al centro di tutto, o almeno di pensarlo.
Troppo invadente la suggestione di poter fare a meno di ciò che è alla base della
nostra esistenza: la dipendenza fisica, ovvero il limite che ci è imposto dai processi
naturali. Ma se tutto è effettivamente impermanente anche questa situazione è
destinata a mutare. La domanda è come e quando.
I movimenti di pensiero e di azione che trovano fondamento nella ricollocazione
della nostra specie nel contesto naturale come "parte del tutto", sia pure in una
versione che non intende nè ripudiare, nè rinunciare almeno a parte delle utilità che il
progresso ci ha consegnato, al momento rappresentano una quota insignificante della
"massa umana". Vivere in modo frugale e condiviso nel rispetto degli equilibri
naturali, si pone infatti all'opposto di quanto viene generalmente pubblicizzato
affinchè ci si possa dire effettivamente moderni.
E' pur vero che più passa il tempo e più si manifestano con durezza gli effetti
sgradevoli del modello dominante, più un numero sempre maggiore di persone si
interroga rispetto a quello che stà avvenendo, a partire dalla propria mancata
soddisfazione rispetto a quanto è stato promesso dai proclami materialistici.
Ma, in realtà, nessuno può indicare con una certa dose di sicurezza che cosa potrà
avvenire e se questa maggiore consapevolezza sarà in grado di ricondurci sulla retta
via di un comportamento non distruttivo.
Certo è che se non si ricuce lo strappo, se non si accetta il fatto che noi non siamo
separati dalla Natura e che è indispensabile accettarne i limiti, l'io individualistico che
superando ogni confine geografico e culturale oggi si esprime con tanta irruenza, è
destinato a deflagare definitivamente riducendo in pezzi l'ambiente che ci ospita e la
nostra stessa specie.
Comprendere l'illusorietà del nostro sè e del mondo artificiale che abbiamo creato per
ricollocarsi nella giusta posizione all'interno del fluire naturale è la scelta migliore
che ciascuno di noi può fare.
Occorre pertanto porsi in una posizione di non contrasto, di non dualità.
Una visione unitaria invece che frammentata, una pratica amorevole invece che
prevaricatrice, una percezione stabile piuttosto che disarmonica, sono segmenti di un
percorso da ricostruire, a livello personale e come condotta sociale.
Non abbiamo molto tempo per cambiare strada. Proviamo a farlo.
Riferimenti:
Fritjof Capra, Il Tao della Fisica, Gli Adelphi 1989
Guido Dalla Casa, L'Ecologia profonda, Mimesis 2011
H.D. Thoreau, Walden, BUR 1990.
Thich Nhat Hanh, Vita di Siddharta il Buddha, Ubaldini 1992
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venerdì 6 ottobre 2017
mercoledì 2 agosto 2017
Max Strata: Lettera al mio contemporaneo
Lettera al mio contemporaneo: La grande sete e la nuova normalità.
di Max Strata.
Scrivo a te
in piena notte, visto che non dormo e non solo per il caldo ma per quanto sta avvenendo.
Scrivo a te mio contemporaneo che accidentalmente leggerai queste poche righe e probabilmente mi
prenderai per paranoico, per depresso, per inutile allarmista e può darsi che tu abbia ragione.
Non dormo perché in te che ho incontrato, con cui ho parlato o che magari hai letto qualcosa che ho
scritto, non sono riuscito a generare un solo autentico momento di apprensione, un attimo di vera
riflessione su quello che sta accadendo.
Magari adesso che si parla di siccità hai drizzato un pò le orecchie, ma niente di più.
Come sempre, la tua è una vaga attenzione passeggera.
Tra un pò anche questo argomento verrà temporaneamente messo da parte e sarai ben lieto di
continuare a comportarti come stai facendo, felice di non affrontare il problema, di allontanare questo
fastidio.
Devo dirti caro contemporaneo che non hai capito, che non hai compreso che cosa ci aspetta, perché
quello che vedi ora è solo una piccola anticipazione di quanto sta arrivando.
Nella nuova normalità dei prossimi anni queste temperature già elevate saranno un piacevole ricordo,
l'acqua dolce inizierà a scarseggiare, le produzioni agricole diminuiranno e la capacità di carico degli
ecosistemi si ridurrà ulteriormente.
Non hai capito che queste non sono ipotesi non verificabili di incalliti ambientalisti che odiano la
modernità, questo è lo scenario che ci attende in un mondo che tu non vedi ma che già adesso fa conti
con il riscaldamento globale e che è completamente dominato dai conflitti per l'accaparramento delle
ultime terre fertili, per le risorse idriche, minerarie ed energetiche.
Nella tua frenesia quotidiana non dedichi un solo minuto per comprendere che ruolo hai in tutto questo e ingenuamente pensi che a risolvere certe questioni debba essere la "politica" o addirittura "il
mercato".
Caro contemporaneo, hai minato il tuo stesso futuro e ancora non te ne rendi conto.
Guidi a cento all'ora con una benda sugli occhi e pensi che sia un gioco.
La delusione e l'imbarazzo sono grandi: non lo nego, non sono riuscito a comunicare con te, non ho
minimamente scalfito la tua corazza.
La realtà è che tu sei cieco e sordo ad ogni necessità di cambiamento.
Sei aggrappato alle tue abitudini e alle tue convinzioni come un mitile ad uno scoglio e non le mollerai, fino a quando non sarà evidente che loro hanno abbandonato te e allora sarà troppo tardi.
Perchè la possibilità di frenare questa folle corsa c'è ma richiede un cambio di rotta immediato che
comporta una nuova impostazione mentale, che invoca la rinuncia al desiderio di avere sempre
qualcosa in più e che si fonda sulla semplicità e sulla sobrietà volontaria: una virata a 360° che
evidentemente non sei disposto a fare.
Sai che è necessario tornare a vivere modestamente celebrando l'essenziale, che è fondamentale
recuperare il rapporto con gli altri e con la tua comunità, che è necessario riformare profondamente sè
stessi e non prestarsi più alle illusioni e ai ricatti del potere, in tutte le sue forme.
Ma quanto pare, preferisci continuare ad infilare la testa sotto la sabbia.
Così scrivo a te, caro contemporaneo, e scrivo a me nello stesso tempo, perchè anch'io,
evidentemente, non ho la forza necessaria per cambiare fino in fondo, per staccare definitivamente la
spina da questo folle sistema che crede veramente di poter crescere all'infinito e di dominare il pianeta espropriando a ciascuno di noi il senso stesso della vita.
E sia chiaro che siamo noi che alimentiamo questo sistema. Noi siamo i responsabili.
Noi che ci giriamo dall'altra parte pur di non vedere a che punto stà il mondo, noi che non vogliamo che sia intaccato il nostro stile di vita e che per questo ignoriamo la distruzione, lo sfruttamento, la fame e la violenza che si manifesta ogni dove anche oltre la nostra immaginazione.
Noi che abbiamo dimenticato i concetti di limite, rispetto, compassione.
Noi bianchi, neri, rossi e gialli, senza differenza di colore in questo caso ma noi intesi come quelli
opulenti, ingombranti, noi che stiamo sopra.
Solo un'immediata presa di coscienza e una decisa azione collettiva potrebbe evitare il peggio, ed ogni giorno che trascorre senza che ciò avvenga è un passo in più verso il baratro.
Un'altra notte insonne dunque, pensando a te caro contemporaneo e pensando a me, in attesa che
cada qualche goccia dal cielo.
Una notte che passa lentamente con il senso di colpa che abbraccia per intero il mio corpo, che mi
schiaccia sul letto ma che non voglio che mi abbandoni, perchè è proprio questo senso di
inadeguatezza che non mi fa chiudere gli occhi e che mi tiene ancora vivo.
lunedì 11 luglio 2016
Andando a ritroso: Attività didattica sulla COP 21
Introduzione
In occasione della COP 21, la
Conferenza sul Clima, che si è svolta a Parigi dal 30 Novembre
all'11 Dicembre 2015, ho ritenuto utile e interessante proporre nelle
mie classi della scuola secondaria di I grado di Ponte a Egola, una
attività didattica specifica che si è inserita nell'ambito
dell'insegnamento della Geografia.
Le classi destinatarie dell'intervento
sono state tre: due classi prime (dove insegno storia e geografia) e
una classe terza (dove insegno italiano, storia e geografia).
Contenuti affrontati
Il cambiamento
climatico: cause e conseguenze.
Questo argomento
si è inserito nella programmazione delle classi prime, dove si
affrontano gli aspetti generali del clima e anche nella
programmazione della classe terza, dove si affrontano aspetti di
geografia generale a livello mondiale.
Descrizione della metodologia
utilizzata
In tutte le classi ho iniziato
l'attività qualche giorno prima che si aprisse la Conferenza.
Classi prime
Nelle classi prime sono partita da una
specie di indovinello, per incuriosire i ragazzi e farli partecipare
attivamente. Ho detto loro di cercare cosa fosse la sigla COP 21, di
tenere le orecchie aperte ascoltando telegiornali, radio, monitorando
internet, leggendo giornali e quotidiani, invitandoli anche a
coinvolgere i loro genitori. Non ho svelato loro niente.
Alla lezione successiva, nell'ambito di
una bella lezione dialogata, ho ascoltato i ragazzi invitandoli a
condividere con me e la classe ciò che avevano scoperto. Nella
classe prima B abbiamo anche realizzato alla Lim una mappa
concettuale (allegato 1) con il brain storming delle informazioni
ricavate dalle indagini dei ragazzi. Nella classe prima C diversi
alunni avevano deciso di presentare le loro ricerche attraverso
disegni e cartelloni (allegato 2) che poi sono stati attaccati in
classe. Quasi tutti i ragazzi hanno partecipato con entusiasmo a
questa prima fase dell'esperienza, scrivendo testi o procurando
materiale utile.
Vista poi l'importanza dell'argomento
abbiamo deciso di monitorare la conferenza per tutto il suo
svolgimento, tenendo un piccolo diario di bordo delle notizie più
significative. Erano i ragazzi stessi che quando mi vedeva entrare in
classe volevano condividere con me ciò che avevano letto o
ascoltato.
Una volta terminata la conferenza
abbiamo cercato di capire come fosse andata a finire. In questo caso
ho ascoltato ciò che avevano capito i ragazzi e poi ho proposto loro
un articolo di giornale (allegato 3) che ho schematizzato alla
lavagna che analizzava i punti di forza e quelli di debolezza
dell'accordo.
Nella classe prima C il lavoro ha avuto
una valenza interdisciplinare, grazie alla collaborazione
dell'insegnante di scienze.
Classe terza
Nella classe terza il lavoro è stato
interdisciplinare perché ha coinvolto le discipline di Geografia e
Italiano. Inoltre c'è stata la collaborazione dell'insegnante di
sostegno (che è una docente di Tecnologia), che ha spiegato alcuni
aspetti più di tipo scientifico.
Anche in questa classe il punto di
partenza è stato cercare informazioni sulla COP 21. I ragazzi si
sono attivati e alla lezione successiva abbiamo aperto una bella
discussione guidata sulle tematiche del cambiamento climatico e
abbiamo creato una mappa alla Lim. (allegato 4)Abbiamo poi letto un
articolo sui rapporti tra cambiamento climatico e agricoltura (
allegato 5) che poi i ragazzi hanno dovuto riassumere per scritto.
Anche in questa classe abbiamo
monitorato lo svolgimento della conferenza e una volta conclusa, ho
preparato una rassegna stampa con articoli tratti da alcuni grandi
quotidiani che hanno dedicato ampio spazio alla vicenda ( Corriere
della sera, Il Manifesto e La Stampa del 13 Dicembre 2015). Ho quindi
distribuito ai ragazzi gli articoli da me selezionati e li ho fatti
lavorare in coppie o piccoli gruppi nella modalità del cooperative
learning. I ragazzi hanno letto gli articoli e li hanno poi esposti
alla classe utilizzando la Lim per schematizzarne i contenuti.
L'attività si è conclusa con una
bella verifica formativa. I ragazzi dovevano produrre un testo
scritto, seguendo una scaletta da me fornita e scegliendo la forma
testuale che ritenevano più idonea. (allegato 6)
I lavori prodotti sono stati tutti di
alto livello, in particolare quello di una alunna, che ha esposto e
rielaborato l'argomento in maniera molto personale (allegato 7) e che
è stato selezionato per essere pubblicato su Pisorno.it ( inserire
link)
Materiali e Strumenti
Lim con
connessione ad internet
Softwere
Teachermappe della Anastasis
Articoli di
giornale in cartaceo e in pdf
Max Strata, Oltre
il limite. Noi e la crisi ecologica. Dissensi Edizioni
National
Geographic, La sfida del clima, numero speciale di Novembre 2015
Carlo
Petrini: «Il clima è cibo e terra»
articolo
di Rachele Gonnelli, tratto dal Manifesto del 29.11.2015
Il
fondatore della rete Slow Food lancia l’appello online: Non
Mangiamoci il Clima . «È
grave
- per Carlo Petrini - che il paradigma del summit sia legato al
business. L’unico che parla di
biodiversità
è il papa»
«Non
si comincia mica bene». Il vertice dell’Onu sul clima a Parigi non
è ancora cominciato e Carlin
Petrini,
fondatore di Slow Food e eco-gastronomo di fama internazionale, è
preoccupato.
Perché
non si comincia bene?
Nelle
54 pagine del testo che apre i lavori non c’è la parola
“agricoltura”, neanche una volta, non si
cita
mai il problema della biodiversità. È una carenza grave perché si
tagliano fuori miliardi di
persone
e poi segnala un errore di impostazione. Perché agricoltura
significa cibo, economia locale,
significa
sovranità alimentare dei popoli.
L’agricoltura
è insieme vittima del cambiamento climatico, e anche, in parte,
corresponsabile del
problema.
È vittima in quanto ogni aumento di un grado della temperatura media
determina uno
spostamento
delle coltivazioni di 150 chilometri verso il nord geografico e di
150 metri più in alto.
Questo
slittamento vuol dire perdita di prodotti in aree tipiche,
distruzione di zone rurali,
impoverimento
di intere comunità e conseguente migrazione delle popolazioni che
non riescono più
a
vivere dove vivevano un tempo. Nello stesso tempo l’agricoltura,
per come si è andata
configurando
negli ultimi cinquant’anni, ha incorporato lo spirito e il senso
dell’economia industriale,
è
diventata per la maggior parte un’agricoltura che mira al massimo
profitto a una produzione
massiva
che non ha a cuore la difesa della natura e la salvaguardia delle
risorse della terra.
L’agricoltura
intensiva insieme all’allevamento industriale sono responsabili del
70% del consumo di
risorse
idriche e la zootecnia da sola della produzione del 14% delle
emissioni di gas serra.
Sappiamo
quanto siano disastrosi questi allevamenti, non solo per il benessere
degli animali, ma
anche
per l’impatto che hanno sull’ambiente. Il modello che intensifica
le produzioni non rispettando
i
ritmi naturali , le stagioni, i raccolti, è lo stesso che ci porta
sulla tavola ogni giorno qualsiasi tipo
di
cibo, anche dal più sperduto buco del mondo, come fosse una cosa
normale.
Come
se non avesse un costo sociale, un ultra-prezzo? Non ci siamo un po’
abituati a tutto
questo?
( pioggia autunnale come un monsone, pesci tropicali nel
Mediterraneo, insetti
e
piante di altri climi).
Sì,
come ci hanno abituati a considerare normale che il 35% del cibo
prodotto venga buttato, uno
spreco
che equivale alla distruzione delle colture di 1,4 miliardi di ettari
di terra. Coltivazioni che
hanno
prodotto emissioni nocive. Perciò bisogna cambiare logica rispetto
al mantra che ci impone
solo
di consumare, consumare, consumare.
Nell’agenda
del summit di Parigi ci saranno anche gli incontri dell’Ifad,
l’agenzia dell’Onu
che
chiede investimenti a vantaggio dei piccoli agricoltori per
combattere la
desertificazione,
Slow Food può farsi sentire lì?
Abbiamo
con l’Ifad una partnership diretta. Quando organizziamo,
annualmente, Terra Madre
partecipa
sia l’Ifad sia la Fao. Aggiungo che un mese fa al meeting Terra
Madre indigenous abbiamo
radunato
145 comunità indigene di 40 paesi del mondo. Anche da lì è nato il
nostro appello “Non
mangiamoci
il clima” che rivolgiamo ai governi riuniti a Parigi.
L’appello
è già sottoscritto da centinaia di associazioni e movimenti e ora
sul sito www .slowfood .it
attende
la firma dei cittadini. Penso che la presenza operativa della società
civile si debba far sentire,
adesso
o mai più. Non è possibile che Cop21 parta dando per scontato che,
se va bene, il pianeta si
surriscalderà
di 2 gradi. Se poi i limiti di emissione dei gas serra, come sembra,
non saranno
vincolanti,
non so dove si andrà a finire.
Se
invece che di biodiversità e land grabbing, si parlerà soprattutto
di agrofuel e carbon
markets,
non è perché le grandi company del nucleare, dell’acqua, delle
auto nel voler
“dare
il loro contributo alla causa ecologica” stanno facendo lobby?
L’ong Transnational
institute
dice che sono loro ad aver sostenuto come sponsor il 20% delle spese
del summit.
Non
mi stupisce. Già sei-sette mesi fa avevamo segnalato come certe
sponsorizzazioni di
multinazionali
non fossero un buon segnale. Ma sono i governi che devono prendere le
decisioni,
a
loro ci dobbiamo rivolgere.
Lo
slogan dei movimenti che saranno in piazza oggi è “system change
not climate change”.
D’accordo?
Si deve cambiare sistema?
Non
c’è ombra di dubbio. Bisogna cambiare paradigma, dico io. Si deve
capire che le cattive
pratiche,
basate solo sul business, generano iniquità e sconquassi ambientali.
Bisogna anche capire
che
si tratta di cambiare stile di vita. Ora sappiamo tutti dell’allarme
dell’Oms sull’eccessivo
consumo
di carne. Ma si deve anche sapere che se in Europa il consumo medio
pro capite in un anno
è
100 chili e negli Usa 125 chili, non si può chiedere agli africani,
che ne consumano in media 5 chili
l’anno,
di ridurlo perché inquina.
Il
ragionamento deve essere: contrazione per che chi consuma troppo e
convergenza per chi non ne
ha
a sufficienza. Questa è una vera governance mondiale. Ma attualmente
l’unico capo di Stato che
sostiene
un paradigma di equità e sostenibilità è il pontefice romano.
L’enciclica Laudato Si è un
documento
straordinario di riflessione sul cibo, la biodiversità, la povertà,
su come tutto sia
connesso.
Per
una governance mondiale ecologica non servirebbe, come in Bolivia,
una sorta di
tribunale
dell’Aja per i reati ambientali?
Può
essere una via. La scorsa settimana in Brasile c’è stato un immane
disastro ambientale e i
responsabili
non sono punibili in base alla legge brasiliana. Non lo sarebbero
stati fino a vent’anni fa
neanche
in Italia.
In
Italia ancora manca una legge nazionale a difesa dei terreni agricoli
sempre più invasi dalla
cementificazione.
Se continuiamo così oltre al dissesto idrogeologico avremo un
deserto di cemento.
©
2016 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE
TEMA SULLA COP 21
ATTIVITA'
INTERDISCIPLINARE GEOGRAFIA-ITALIANO
PARLA DELLA
COP 21.
ECCOTI UNA POSSIBILE
SCALETTA:
- PARTE INTRODUTTIVA:
- DOVE E QUANDO SI E' SVOLTA?
- SPIEGA IL SIGNIFICATO DELLA SIGLA COP 21
- QUALE SCOPO HA QUESTA CONFERENZA?
- PARLA DEL RISCALDAMENTO GLOBALE INDICANDONE CAUSE E CONSEGUENZE
- METTI IN EVIDENZA ALCUNE SIGNIFICATIVE POSIZIONI DEGLI STATI PARTECIPANTI
- COME SI E' CONCLUSA LA COP 21? QUALI TRAGUARDI SONO STATI RAGGIUNTI? QUALI ASPETTI CRITICI POSSIAMO EVIDENZIARE?
- SCEGLI LA FORMA TESTUALE CHE RITIENI PIU' OPPORTUNA E NON DIMENTICARE DI ESPRIMERE LE TUE OPINIONI NEL COMMENTO FINALE
Andando a ritroso: Allarme clima...
Andando a ritroso... Progetto COP21. Articolo di Virginia Simoncini, classe III B Ponte a Egola
COP21
Traguardi, aspettative e realtà
Qualche giorno fa si è conclusa la conferenza sul clima. Si è svolta in una Parigi blindata dai
militari, dal 30 novembre all’11 dicembre 2016.
COP è una sigla inglese che tradotta in italiano significherebbe “la confederazione delle
Parti” . Il suo scopo è stato di siglare un accordo storico che impedisca l’aumento della
temperatura globale … ma siamo riusciti a siglarlo ? ebbene si, l’ultimo giorno della
conferenza è stata approvata una bozza dell’accordo. Essa è composta da 29 articoli che
però, con molte proteste, entreranno in vigore nel 2020… Ma non sarà troppo tardi ?
L’obbiettivo da raggiungere è di impedire l’aumento della temperatura di 2°C ma, dicono gli
esperti, anche solo 1,5°C può causale veri e propri disastri ambientali ! L’aumento di un
grado può causare lo spostamento dell’agricoltura di 150 Km verso nord e 150 mt in
altitudine ! oppure, sempre con l’aumento di un grado, il livello del mare si alzerebbe di 80
cm per causa dello scioglimento delle calotte in Antartide e Groenlandia ! Tutti questi
fenomeni possono non coinvolgere il nostro paese ma le isole Marshall o le Maldive
potrebbero essere sommerse ! Ma il trattato di Parigi riuscirà ad evitare tutto ciò ?
Si … e no.
L’accordo ha suscitato entusiasmo ma anche dubbi e scetticismo. Perché ? Perché ogni
Stato può decidere i suoi obiettivi (alcuni saranno sicuramente vani o insufficienti), ogni
Paese si auto-controlla, cioè può far controllare le sue emissioni ed i consumi ecc.. da
addetti non esterni con possibili frodi e molto altro.
I Capi di Stato (195 in totale) si erano riuniti per siglare un accordo storico ratificato da tutto
il mondo ma piano piano sembra che sia destinato ad andare in fumo. I principali Capi di
Stato partecipanti sono stati 3: Obama Capo di Stato degli Stati Uniti, Tony Debrum Capo di
Stato delle Isole Marshall, Laurent Fabius Presidente della COP21 e Ministro degli Esteri
Francese. Ma nonostante tutto ciò molte persone sono ottimiste perché comunque il
trattato ha avuto un consenso globale, vi saranno rimborsi ai Paesi più poveri (100 milioni di
dollari) e controlli ogni 5 anni. Io nonostante questo continuo a essere pessimista, perché
credo che questo accordo potrebbe non essere applicato come come il protocollo di Kjoto,
inoltre non garantisce la salvaguardia ambientale ma comunque, se verrà applicato con
costanza e determinazione , può essere un grande passo per salvare il nostro mondo
malato.
Virginia Simoncini
Traguardi, aspettative e realtà
Qualche giorno fa si è conclusa la conferenza sul clima. Si è svolta in una Parigi blindata dai
militari, dal 30 novembre all’11 dicembre 2016.
COP è una sigla inglese che tradotta in italiano significherebbe “la confederazione delle
Parti” . Il suo scopo è stato di siglare un accordo storico che impedisca l’aumento della
temperatura globale … ma siamo riusciti a siglarlo ? ebbene si, l’ultimo giorno della
conferenza è stata approvata una bozza dell’accordo. Essa è composta da 29 articoli che
però, con molte proteste, entreranno in vigore nel 2020… Ma non sarà troppo tardi ?
L’obbiettivo da raggiungere è di impedire l’aumento della temperatura di 2°C ma, dicono gli
esperti, anche solo 1,5°C può causale veri e propri disastri ambientali ! L’aumento di un
grado può causare lo spostamento dell’agricoltura di 150 Km verso nord e 150 mt in
altitudine ! oppure, sempre con l’aumento di un grado, il livello del mare si alzerebbe di 80
cm per causa dello scioglimento delle calotte in Antartide e Groenlandia ! Tutti questi
fenomeni possono non coinvolgere il nostro paese ma le isole Marshall o le Maldive
potrebbero essere sommerse ! Ma il trattato di Parigi riuscirà ad evitare tutto ciò ?
Si … e no.
L’accordo ha suscitato entusiasmo ma anche dubbi e scetticismo. Perché ? Perché ogni
Stato può decidere i suoi obiettivi (alcuni saranno sicuramente vani o insufficienti), ogni
Paese si auto-controlla, cioè può far controllare le sue emissioni ed i consumi ecc.. da
addetti non esterni con possibili frodi e molto altro.
I Capi di Stato (195 in totale) si erano riuniti per siglare un accordo storico ratificato da tutto
il mondo ma piano piano sembra che sia destinato ad andare in fumo. I principali Capi di
Stato partecipanti sono stati 3: Obama Capo di Stato degli Stati Uniti, Tony Debrum Capo di
Stato delle Isole Marshall, Laurent Fabius Presidente della COP21 e Ministro degli Esteri
Francese. Ma nonostante tutto ciò molte persone sono ottimiste perché comunque il
trattato ha avuto un consenso globale, vi saranno rimborsi ai Paesi più poveri (100 milioni di
dollari) e controlli ogni 5 anni. Io nonostante questo continuo a essere pessimista, perché
credo che questo accordo potrebbe non essere applicato come come il protocollo di Kjoto,
inoltre non garantisce la salvaguardia ambientale ma comunque, se verrà applicato con
costanza e determinazione , può essere un grande passo per salvare il nostro mondo
malato.
Virginia Simoncini
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